We had everything

We had everything

but in a different abundance.

A whole that was not a full,

not a big one, not even a whole –

It was a fluorescent whole

like those flying bars they sell at night.

 

Because we also had time

but we were scarcely touched by clocks’ seconds.

It was a time that rhymed with the word –

an interesting time that did not interest him

sometimes

 

and sometimes

it was a very specific fear,

the one amongst the noises,

aware that everything would happen

and eventually

it would pass, far more terrible than death,

much more painless than oblivion.

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We had everything

Natalizio notturno

Natale, certo. Appuntamento annuale con te, con una malinconia stellare, quasi lucifera. Resto incastrata nel mistero di una tradizione che sento mia a tratti, coerente con le origini, ma senza mai essermi chiesta cosa significhi per te, tu che per me sei tanto, per te che la tradizione è nuova. Lo so, me lo hai detto dopotutto. Non smetto di riconoscermi nell’Ave Maria, nella chiesa affollata il venticinque dicembre, nel coro che glorifica un dio. Tu lo sai, lo senti nei rari attimi insieme, che c’è una necessità da svalicare, da svanificare forse, da rendere finalmente nostra. Non puoi, per ora. Non te ne faccio una colpa. Forse mai. Cosa pensavano tua madre e tuo padre quando allestivano un albero di Natale e quando ti hanno messo al mondo. Cosa pensavano la prima volta che ci hanno visti insieme. Se l’hanno mai fatto. Se l’abbiamo mai fatto. Ci siamo mai davvero mostrati al mondo? Ci siamo mai mostrati davvero?

Natalizio notturno