E quindi scrivo

Quello che è chiaro, o meno chiaro, è che un singolo nome e un singolo corpo hanno la capacità di schiudere una molteplicità di infiniti. Specialmente perché quella dell’infinito è una questione tanto impossibile quanto inevitabile.

Anni fa ero terrorizzata nel vedere i miei io, e soprattutto nel rendermi conto che, nonostante un unico nome e un unico corpo, non sono la stessa persona quando parlo e quando scrivo. Ogni giorno sono messa di fronte a trivialità come: perché non posso parlare di quello che scrivo o, ancora più stupido, perché non posso scrivere come parlo. Ma una persona che parli e scriva allo stesso modo sarebbe assolutamente ridicola. La verità è che viviamo nell’era del ridicolo, specialmente considerata la facilità con cui decontestualizziamo qualsiasi cosa. Certo, ci sono persone che non si fanno scrupoli a parlare e scrivere nella stessa maniera, ma generalmente il risultato è ben sotto il mediocre. Decontestualizzare è facile e divertente, e ora che – come società – abbiamo abbandonato qualsiasi tipo di esistenzialismo la cosa ci riesce anche piuttosto bene. Non prendiamoci in giro, però: a nessuno piace essere considerato uno sciocco. La domanda allora potrebbe essere: come posso essere ‘io’ se non so chi, o cosa sono? Accettare che non avremo mai una risposta non è facile, ma dà sollievo. La semplicità non è abbastanza a portata di mano per potere essere afferrata da tutti.

Ho finito per capire questo: che l’inconciliabilità tra l’io che parla e l’io che scrive non deve essere superata, ma compresa. E’ come se il corpo ed il nome fossero una sorta di colapasta con un gigantesco buco nel mezzo. Vivere significa mettere in pratica questa assurdità, lasciare che accadano cose che non rientrerebbero nell’ordine degli eventi. Mi piace vedere come i modi in cui ciascuno vive si moltiplicano col passare del tempo, che un’identità diviene tanto più ricca quanti più sono gli ostacoli che sembrano intralciarla. E quindi sì, in conclusione, scrivo. Perché se non lo faccio la mia mente si svuota. Perché nella mia vita ho avuto bruciature e orgasmi e mal di denti e la cioccolata che si scioglie in bocca e ustioni da forno e bagni profumati e la mia mente, ormai, non può fare altro che trasformarli in storie. E quindi scrivo. Non sempre credo di avere qualcosa di nuovo o di importante da dire. Mi interessa raccontare delle storie e mostrare le cose più ovvie, spesso le più dimenticate dall’intelligenza arrogante.

E quindi scrivo